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Arci Educazione Permanente Treviso La rassegna, alla 39° edizione, presso il Cinema Teatro Aurora, in via Venier a Treviso, presenta una selezione di opere di cinema d'autore. Ogni proiezione è preceduta da una breve presentazione. Ingresso gratuito con tessera Arci valida per l’anno in corso. |
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Informazioni e Iscrizioni
Ingresso gratuito
(gli spettatori devono essere in possesso di tessera Arci 2013). |
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  In Rassegna
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Giordano Bruno di Giuliano Montaldo Italia/Francia, 1973, colore, 123’ con Gian Maria Volonté, Charlotte Rampling, Hans Christian Blech. A Venezia, Giordano Bruno (1548-1600) prende spunto da una processione commemorativa della vittoria di Lepanto per condannare una religione che fa uso della violenza. Fra amici, e poi con l’amante, espone le sue idee filosofiche nutrite di panteismo e il suo concetto di una duplice religione: la prima, creata per il popolo, l’altra, liberazione e superamento, riservata a uomini superiori. Giovanni Mocenigo, suo ospite, è spaventato da questo ex-frate spregiudicato nel linguaggio e nei costumi, più spesso ubriaco che sobrio, e lo denuncia all’inquisizione. Rivestito l’abito domenicano, Bruno affronta con fierezza gli interrogatori e, nonostante l’opposizione del Patriarca, è trasferito a Roma. Qui ha modo di sostenere ancora le sue idee: la verità e la scienza contro la Chiesa, il culto della religione contro le ‘religioni’, la presenza di Dio in ogni particella della materia, il rifiuto dei dogmi fondamentali del Cristianesimo. Nonostante le umane prese di posizione di Clemente VIII e del cardinale Bellarmino che ha un lungo colloquio con lui, Bruno viene torturato e il 17 febbraio 1600 ucciso sul rogo. Il film, uno dei pochissimi sulla figura del grande filosofo di Nola, esemplifica per ovvie esigenze cinematografiche la visione speculativa, ma l’interpretazione di Volonté vale da sola la visione di una pellicola. Montaldo tenta di attualizzare le eresie di Bruno, rendendo il dibattito che ruota ancora oggi intorno alla figura del filosofo che si concentra sulla valutazione della potenziale modernità del suo pensiero e, di contro, sulla sua concezione del mondo legata ancora saldamente alla magia. Il grande merito del regista è quello di aver evidenziato la grande sensibilità dell’uomo prima che del filosofo, apportatore di concreti problemi che si porranno all’attenzione dell’intellighenzia europea un secolo dopo con l’Illuminismo. Fotografia di Vincenzo Storaro, musiche di Ennio Morricone. Orlando furioso di Luca Ronconi Italia, 1973, colore, 113’ con Massimo Foschi, Mariangela Melato, Ottavia Piccolo, Michele Placido. Angelica, inseguita da numerosi ammiratori, tra cui Rinaldo e Ferraù, finisce per essere incatenata nuda ad una scoglio e offerta come vittima all’orca marina. Ruggero, a cavallo dell’Ippogrifo, riesce a liberarla dal mostro. Intanto Orlando, che vaga per il mondo alla ricerca dell’amata, viene chiamato in causa da Olimpia in bilico tra il promesso sposo Bireno e l’usurpatore Cimosco. Intanto Agramante approfitta della situazione, assedia Parigi e le dà fuoco. Nel corso della reazione di Carlo Magno, viene ucciso il giovane re Dardinello. Medoro, accorso per dargli degna sepoltura, viene ferito mentre il suo amico Cloridano muore. Angelica guarisce Medoro e se ne innamora. Orlando, che è riuscito ad uccidere la terribile orca, quando scopre che Angelica si è innamorata di Medoro, impazzisce. Sceneggiato televisivo di 293 minuti in cinque puntate, fu presentato al Teatro Comunale di Ferrara in occasione delle celebrazioni del quinto centenario della nascita di Ludovico Ariosto (1474-1533), proiettato nelle sale cinematografiche in un’edizione di 113 minuti (2° e 5° episodio) nel dicembre 1974, mandato in onda ogni domenica in prima serata dal 16 febbraio 1975 in bianco e nero. Tratto dal poema di Ariosto e derivato dal celebre spettacolo-happening che fu messo in scena da Ronconi nel 1969 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, è sceneggiato dal regista con Edoardo Sanguineti e si avvale dell’apporto di Pierluigi Pizzi (scene e costumi), Vittorio Storaro e Arturo Zavattini (fotografia), Giancarlo Chiaramello (musiche). Fu generalmente accolto bene dai critici televisivi, ma con forti dissensi dagli intellettuali di turno che scesero in campo dopo averne vista una puntata, al massimo due. Da uno spettacolo che era una tumultuosa festa popolare, oltre che un’esibizione di teatranti scatenati, Ronconi ha creato un audiovisivo che per alcuni versi è di segno opposto alla versione teatrale, pur conservandone la coniugazione di ironia e straniamento, la rottura delle tradizionali logiche espositive e narrative, l’audacia delle sperimentazioni registiche. Il fantastico vagabondaggio dei personaggi ariosteschi è chiuso in saloni, scale, soffitte e cortili del Palazzo Farnese di Caprarola (VT) o, in misura minore, delle Terme di Caracalla, trasformati in un arsenale di macchine, sorprese scenotecniche, carrelli invisibili che trasportano gli attori. Tra le due tendenze primigenie del cinema, la realistica (Lumière) e la fantastica (Méliès), Ronconi ha scelto la seconda, in coerenza con l’Ariosto e la propria poetica. Tutto funziona benissimo (quasi sempre) nella visualità e nel silenzio. Quando interviene la parola, le cose si complicano e si sentono delle cadute di tensione, forzando al dialogo o al racconto in prima persona un’effervescente poesia pensata per la lettura, completa nella sua espressività offerta alla capacità ricreatrice e del tutto interiore del lettore. Amici miei di Mario Monicelli Italia, 1975, colore, 140’ con Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Philippe Noiret, Duilio Del Prete, Adolfo Celi, Bernard Blier. Perozzi, Melandri, Mascetti, Necchi sono quattro amici con la mentalità di altri tempi. Ormai cinquantenni, sono rimasti ragazzi, sempre pronti a mettere in scena situazioni burlesche a Firenze e nei dintorni. Rimasti vittime di un incidente, vengono ricoverati in una clinica e non si fanno sfuggire l’occasione per metterla a soqquadro, facendo quasi impazzire il primario, il professor Sassaroli. Quando poi Melandri si innamora di Donatella, la moglie del medico, per poi rinunciare alla relazione dinanzi all’irruenza dell’amata, del cane Birillo e di tutto il resto della famiglia, Sassaroli diventa uno del gruppo, pronto a accompagnarli in ogni ‘zingarata’. Eccoli allora schiaffeggiare dalla pensilina i viaggiatori di un treno, oppure seminare il panico in un paesino camuffandosi da tecnici stradali e decretando l’abbattimento delle case nonché della chiesa per far spazio a un’autostrada, infine, eccoli trasformarsi in spacciatori di droga per punire l’ingordo pensionato Righi. Quando il Perozzi muore, la loro goliardia è messa a dura prova, ma già nel corso del funerale trovano il modo di improvvisare un ennesimo feroce scherzo per il Righi. Unitamente ad altre famose pellicole dello stesso periodo, segna l’inizio di un ciclo nuovo e conclusivo di quel genere cinematografico meglio conosciuto come commedia all’italiana. L’amarezza, il disincanto, la fine delle illusioni di benessere e le tensioni sociali che caratterizzano l’Italia degli inizi degli anni settanta fanno la loro comparsa anche in questo genere comico e di costume. La risata piena si vela di tratti malinconici e tristi, i personaggi rimangono comici ma diventano amari e patetici. Scompaiono definitivamente il lieto fine e il finale leggero o comunque umoristico e lasciano il posto alla precarietà di una condizione umana spesso senza prospettiva. Monicelli riprende in questa pellicola il tema della amicizia virile che aveva già trattato in alcuni film precedenti (I soliti ignoti, La grande guerra, L’armata Brancaleone) e che tornerà a trattare in lavori successivi. Il vincolo, la vitalità e la complicità del gruppo vengono proposti come risposta alle minacce esistenziali provenienti dall’ambiente, dal lavoro, dalla famiglia stessa. I membri del piccolo gruppo di amici vivono la contraddizione di una vita normale verso la quale sono assolutamente attratti (Melandri cerca insistentemente una donna, Mascetti si abbandona costantemente ai sogni di nobiltà, Perozzi vive pericolose avventure extra-coniugali) ma è fondamentalmente l’appartenenza alla banda che supplisce, con le sue dinamiche goliardiche, alla carenza delle quali sono vittime, fornendo così una soluzione, una via di fuga. Il gruppo reagisce nei confronti di ogni singolo membro che tenta di intraprendere una via solitaria e mette in atto tutta una serie di iniziative, compreso il dileggio, per ricondurlo a sé. Anche la morte, estremo atto solitario di Perozzi, viene vissuta in questa ottica e su questa originalità si accende il finale del film. Ecce Bombo di Nanni Moretti Italia, 1978, colore, 103’ con Nanni Moretti, Luisa Rossi, Fabio Traversa, Lina Sastri, Glauco Mauri. Il film descrive le giornate di Michele, studente universitario, i suoi rapporti con i genitori e la sorella Valentina, quelli con le ragazze e la sua vita di gruppo. Vediamo lui e i suoi amici discutere del più e del meno ai tavoli di un bar o parlare dai microfoni di una radio privata. Assistiamo alle discussioni suscitate nella famiglia di Michele dalla decisione di Valentina di partecipare all’occupazione di una scuola, alla bizzarra corte che Michele fa alla ragazza di un suo amico, ai tentativi del giovane e dei suoi compagni di aiutare una schizofrenica, Olga, a vincere la sua malattia, a una stravagante sessione d’esami, a sedute collettive di autocoscienza e di autoconfessione. Arriva l’estate e Michele si ritrova solo e annoiato. Poi i suoi amici tornano dalle vacanze e tutto ricomincia come prima. Una sera, tutti insieme decidono di andare da Olga, invece, tranne Michele, ognuno si perde per strada, distratto da futili svaghi. Ritratto di una generazione a pezzi, specchio infranto e deforme, riflesso di una cultura ormai passata della quale si è vittima e carnefici. Moretti, al suo secondo film dopo ‘Io sono un autarchico’, racconta con piccole scene, piccoli frammenti, la brutta copia della stagione del ‘68, ormai ridotta a sterile e desolante cliché tra giovani che dopo dieci anni, sono solo capaci di svuotare significato a parole un tempo sacre e rivoluzionarie. La condanna degli stereotipi e del qualunquismo dilagante del suo tempo, Moretti ce la descrive con gli occhi di Michele Apicella, suo alter-ego, io-narrante, personaggio ed autore al tempo stesso. Lui stesso, pur non volendo farne parte, è parte di questa ‘cultura’, nella quale le giornate si passano tra un bar e un altro annoiati e stanchi, facendo collettivi banali e senza senso, parlando di tutto ma di niente a radio private, litigare contro tutto e tutti come se litigare fosse la lotta di cui si parlava un tempo. Roma, insolita e soffocante per quanto vuota, è una prigione nella quale sono rinchiusi i protagonisti del film, che cercano una libertà non ben definita in grottesche veglie notturne o in improbabili sedute di autoscienza, di confessioni e riflessioni. Le loro relazioni sono all’insegna dell’insoddisfazione costante e di pochi fatti. Opera importante nel panorama del cinema italiano (già nel ‘78 la sua uscita suscitò aspre discussioni ottenendo al contempo un inaspettato successo di pubblico e critica), ‘Ecce Bombo’ regala uno dei Moretti migliori, in tutta la sua genialità mista a predilezioni e tic del regista romano, abile analista delle frustrazioni di quegli anni. La città delle donne di Federico Fellini Italia, 1979, colore, 134’ con Marcello Mastroianni, Anna Prucnal, Ettore Manni, Bernice Stegers, Jole Silvani. Sceso dal treno ove sta viaggiando con la moglie Elena, deciso a seguire ‘la signora del treno’, Snaporaz, un uomo maturo, incauto e indifeso, si addentra nei pericolosi meandri del pluridimensionale pianeta-donna. Nel lungo viaggio che segue, il protagonista finisce per trovarsi nel bel mezzo di un albergo ove si sta svolgendo un animato e tumultuoso congresso di femministe che parlano mediante formule fisse e procedono su temi scontati che, tuttavia, Snaporaz non riesce a capire. Dopo misteriose vicende connesse con i suoi tentativi di fuga, l’uomo finisce nel castello di Katzone, un maturo santone dell’eros che vegeta in una sorta di reliquario sessuale, popolato di donne formose e provocanti, autentici simboli della donna-oggetto. Dal castello, ancora assai misteriosamente, Snaporaz finisce in un’aula di tribunale ove ritrova le femministe che lo condannano e passa in un’arena ove dovrebbero godere del suo linciaggio. Ma sale sempre più in alto sino a che non si risveglia sul treno, davanti alla moglie. Ancora una volta, come sempre o quasi sempre del resto, Fellini è diventato la madame Bovary della sua adolescenza e si rigira compiaciuto nel calduccio che gli dà la possibilità di trovarsi in una ‘troupe’ ben collaudata, fra macchinisti fedeli che gli simulano treni in corsa e mare risciacquato sulle rive di un’inevitabile spiaggia romagnola, come se si trovassero nell’officina di Mèliès. Del resto, sempre più Fellini conferma di essere il più grande e geniale erede di Mèliès che sia mai esistito. ‘La città delle donne’ è la fiaba che Fellini si è divertito a raccontare allo spettatore ripercorrendo intenzionalmente tutte le tappe del suo cinema, qua dando spazio, ancora una volta, ai ricordi, come in ‘Otto e mezzo’ e in ‘Amarcord’, là facendo il punto di nuovo sul presente, come nella ‘Dolce vita’ e in ‘Prova d’orchestra’, alternando l’incubo al sogno, la visione allo scherzo e all’aneddoto, moltiplicando e variando le lingue e le tecniche, riscoprendo e rileggendo l’immaginato e il reale con un estro e una fertilità di invenzioni da lasciare affascinati e stupiti. Nastro d’argento 1980, miglior regia. La terrazza di Ettore Scola Italia/Francia, 1980, colore, 155’ con Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Stefano Satta Flores, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli, Ombretta Colli, Carla Gravina, Milena Vukotic. Nel corso di una sera mondana in una terrazza romana, si intrecciano le vite e le esperienze dei personaggi presenti, accomunati dall’età non più giovanissima e dal lavoro nella comunicazione. Tra loro c’è Enrico, uno sceneggiatore che, nonostante la moglie tenti di risollevarlo, versa in una profonda crisi che lo porterà in una casa di cura. Amedeo fa il produttore e, per scelta, finanzia solo film popolari di serie B. Seguendo le velleità della moglie, prova a dedicarsi a un’opera più ambiziosa, ma l’insuccesso lo farà tornare sui suoi passi. Luigi, un giornalista lasciato dalla moglie, sconsolato si lascia andare fino a perdere anche il lavoro. Sergio, che sognava di diventare uno scrittore, si è accontentato di un piccolo lavoro in televisione, dove non viene stimolato e cede al peso della routine. Galeazzo, ormai anziano e deluso dalla sua patria e da quanti un tempo considerava amici, vuole smettere di fare l’attore e tornare in Venezuela, dove ha vissuto per un periodo in cerca di fortuna. Mario, ex partigiano, è diventato un deputato del partito comunista, ma vede naufragare giorno dopo giorno tutti gli ideali per i quali ha combattuto e, ormai in crisi, vive con leggerezza la storia d’amore con Giovanna, lasciando che tra loro ci siano soltanto quei brevi incontri sulla terrazza nelle belle serate romane. Sulla ‘Terrazza’ romana ci sono i personaggi tipici di una condizione borghese ricevuta o arraffata, delle figure tratte dai mezzi di comunicazione cinematografici o televisivi (con accanto gli addetti ad altri mass media, ma solo di pilotaggio, di propaganda o di critica), ci sono solo gli adulti (con la vagante ragazza, pressoché marziana, impossibilitata o non autorizzata a parlare in nome della gioventù), è rappresentata una sola tendenza politica (quella di sinistra, con qualche impennata dei solitari di una sinistra più accentuata, maschile o femminile che sia). Eppure, in due ore e mezza, dalle feroci accuse che si rivolgono gli ‘amici’ oppure dalle non meno strillate confessioni emergono tematiche che scuotono la coscienza non solo dei cosiddetti appartenenti all’intelligenza borghese e impegnata, oppure dei politici, ma di gran parte dei cittadini italiani: quelli che hanno condotto la danza, a senso unico, e ora scoprono di essere al fondo di un vicolo cieco; quelli che si sono lasciati imbonire, e, mediante le votazioni politiche e amministrative, hanno permesso che i soliti pochi provocassero la situazione fallimentare dei molti; quelli che soffrono drammi esistenziali, familiari, economici, sociali: gli anziani che hanno creduto o sperato di fare l’Italia nuova e i giovani che avrebbero avuto il diritto di trovarla dopo tanti anni di promesse. Va da sé che, anche se non lo dice esplicitamente, un film che propone tali aperture e un così vasto quadro di indagine è da considerare come eccezione nella produzione italiana del momento e ancor di più nel genere della commedia. Rimane ugualmente il fatto che, avendo Scola attinto alle esperienze che vive da cineasta e da uomo politico del PCI (possiede notoriamente la tessera, copre cariche, è stato candidato al Parlamento Europeo), la sua amarezza non dovrebbe ammettere ambiguità almeno sui ‘primi destinatari’; invece c’è qualche suo compagno di fede che ha candidamente dichiarato di non rispecchiarsi in alcune delle figure de ‘La terrazza’. La messa è finita di Nanni Moretti Italia, 1985, colore, 94’ con Nanni Moretti, Ferruccio De Ceresa, Marco Messeri, Margarita Lozano. Dopo essere stato parroco in un’isola del Tirreno, il giovane don Giulio viene trasferito a Roma e destinato a una chiesa della periferia. Nella città vivono anche i genitori e la sorella, ma il suo nuovo compito si dimostra subito molto difficile, per non dire ostico. La parrocchia a cui lo hanno destinato è praticamente disertata dai fedeli dopo che il suo predecessore si è sposato, gli amici di un tempo sono molto cambiati: Andrea è sotto processo per terrorismo, Cesare vuole cambiare religione, diventare cattolico e pare intenzionato a farsi sacerdote, un terzo si è scoperto omosessuale e perde le serate in squallide avventure, un altro ancora è stato abbandonato dalla compagna e vive in una segregazione maniacale. Come se non bastasse, neppure l’ambiente familiare è tranquillo: suo padre lascia improvvisamente la moglie perché innamorato di un’altra donna; la sorella è incinta del fidanzato Simone e a fatica si lascia persuadere a non abortire; la madre, disperata, si toglie la vita. Coinvolto in situazioni personali tanto gravi e difformi, scoraggiato e non sempre in grado di fornire aiuto o, quanto meno, le risposte che gli vengono chieste, poco a poco don Giulio avverte il peso della propria solitudine e la sua impotenza di fronte a una serie di problemi. In un ambiente e in una città che gli sembrano lontani e quasi ostili, don Giulio fa una scelta: partirà per l’America del Sud, nella Terra di Magellano, là dove per lunghi anni ha svolto la propria operosa missione un vecchio francescano conosciuto a Roma. Là vi è una comunità di gente povera e sperduta, a cui egli pensa di potersi dedicare per ritrovare lui stesso la fede nel suo mandato di sacerdote. ‘La messa è finita’ è gustoso e interessante, fine e diverso. Sotto l’espressività giovane, viva, spontanea si avverte un mestiere paziente e maturo. Le situazioni sfrecciano sullo schermo incisive, spesso con sbocchi a sorpresa; c’è ironia, dolcezza, stupore, delusione; e poi scatti improvvisi di irritazione, un velo di tristezza. Il primo piano è monopolio di don Giulio, umanissimo, un po’ nevrotico, lunare. Moretti attore è fin troppo bravo, simpatico e mostra fin troppo di saperlo. Eppure quello sceneggiato da Moretti e da Sandro Petraglia, non è un film comico: ti alimenta dentro un senso sottile e vago di disagio, di accoramento. Si risolve in una resa alla solitudine: la partenza di Giulio è una sconfitta e il Polo un’illusione da avventura adolescenziale; in capo al mondo sarà probabilmente ancora un perdente. Suo padre e Valentina non entrano nella danza finale, restano immobili, isolati, taciturni nel banco: come andrà a finire? Valentina abortirà? Il vecchio ora vedovo avrà davvero un figlio dalla sua ragazza? Moretti dà forma alla sua vocazione di candido trentaduenne votato al prossimo in un’immagine di prete, uomo per gli altri che attinge valore cristiano dal Gesù nel Gethsemani, bisognoso del conforto degli amici. Ma il prete è prima uomo di Dio ed è in questa sua verità il senso della solitudine e della dedizione agli altri. Premio speciale della giuria, Festival di Berlino, 1986. Speriamo che sia femmina di Mario Monicelli Italia/Francia, 1986, colore, 120’ con Liv Ullmann, Catherine Deneuve, Philippe Noiret, Bernard Blier, Giuliana De Sio, Stefania Sandrelli, Lucrezia Lante della Rovere, Paolo Hendel, Giuliano Gemma. In un bel casale di campagna di proprietà del conte Leonardo, vive la moglie Elena, che lo ha lasciato da anni per i continui tradimenti, insieme alla figlia minore Malvina, al vecchio zio Gugo e alla bambina di sua sorella Claudia, che vive a Roma dove fa l’attrice. Mentre la figlia si occupa dei cavalli, Elena gestisce la proprietà con l’aiuto dell’amministratore con cui ha una relazione da anni, il fattore Nardoni. In casa si serve dell’aiuto della fida domestica Fosca, madre anche lei di una ragazzina. Un giorno Leonardo, che vive a Roma con Lolli, la sua amante, arriva per chiedere ad Elena l’ennesimo prestito perché vuole realizzare un progetto: riaprire e sfruttare le vecchie terme che esistono nelle sue terre. Ma Elena è carica di debiti e lo stesso amministratore, esaminati i progetti e i documenti, sconsiglia un’operazione così costosa ed impegnativa. Mentre arriva nella tenuta anche Francesca, la figlia maggiore di Elena e Leonardo, insieme al nuovo fidanzato, specializzato in glottologia, del quale la ragazza è anche l’assistente, Leonardo muore in un malaugurato incidente d’auto sotto gli occhi dello zio Gugo, un vecchio bislacco, ma ben voluto da tutti. Il luttuoso evento ha effetti disgreganti: Elena decide di vendere la tenuta all’amministratore, Malvina decide di cercare lavoro a Roma, Claudia pensa di riportarsi nella Capitale la bambina e perfino Fosca è ormai convinta che sarebbe l’ora di partire con la figlia per l’Australia, dove da anni vive il marito. Dopo che lo zio Gugo è stato, sia pure con rammarico, sistemato in un gerontocomio, tutto è finalmente pronto per il contratto di vendita. Ma ecco che tutto precipita. Francesca torna a casa dopo aver piantato il suo professore, del quale è rimasta incinta; si presenta Lolli, piena di debiti per i lavori di ristrutturazione della sua palestra, per riavere i milioni prestati a Leonardo, mentre lo zio Gugo, scappato dal gerontocomio, torna nella sua stanza e Fosca rinuncia al suo viaggio, dato che, a quanto le comunica il parroco del paese, l’emigrato ora ha in Australia un’altra moglie e tre bambini. Al culmine, anche l’attrice ha lasciato Roma e se ne torna al casale, dopo aver rotto con l’amante cittadino. La decisione di Elena è una sola: non si darà luogo a nessuna vendita e tutte resteranno unite, con cambiali in scadenza e problemi a non finire, probabilmente senza più amministratore, ma lavorando, aiutandosi e volendosi vicendevolmente bene. Tanto più che pochi mesi dopo ci sarà un nuovo arrivato. Sperando, comunque, che sia femmina. Il film è tutto incentrato sulla contrapposizione fra l’elemento femminile, in maggioranza per le numerose protagoniste, e quello maschile, dove i pochi rappresentanti del sesso forte vengono presentati come ridicoli cialtroni sia in vita che in morte (il conte Leonardo), bischeri (Giovannini) o addirittura deboli mentali (lo zio Gugo). L’unica figura che sembra salvarsi, nel deludente gruppo maschile, sembra essere quella dell’equilibrato fattore, in realtà anch’esso uno strumento innamorato nelle mani di Elena. Appare chiara la simpatia e la fiducia che il regista ha per le donne, di cui apprezza il buon senso di Elena e Fosca, la leggerezza di vivere di Franca, che si serve degli uomini e poi li abbandona tranquillamente, l’amore ingenuo e generoso di Lori, la serena mitezza di Malvina. Da notare anche la contrapposizione che il regista mette in rilievo tra due diversi ambienti: quello rurale toscano, con il casale vecchio e accogliente, benché privo di luce elettrica e di telefono (salvo quello di barattoli e spago inventato dallo zio Gugo), con i buoni cibi genuini, con l’arguzia e la semplicità della vita campagnola; messo a confronto, nell’ultima parte del film, con quello romano cittadino, dove vive freneticamente Claudia, con i suoi salotti pseudo-intellettuali, i suoi deludenti amori falliti e, sullo sfondo, il continuo rumore stordente del traffico, che accompagna la sua vita. Il titolo del film esprime la speranza di queste donne, apparentemente fragili, invece forti e consapevoli della loro nascosta superiorità morale e fisica, che il nuovo nato atteso da Franca, rimasta incinta del bischero che poi non ha sposato, venga a rinfoltire le loro file e a rendere meno stupida la parte maschile del genere umano. David di Donatello 1986: miglior sceneggiatura, attore non protagonista, attrice non protagonista, produttore, montaggio, film, regista. Nastro d'argento 1986: miglior film, sceneggiatura, montaggio. |