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Arci Educazione Permanente Treviso La rassegna, alla 37° edizione, presso il Cinema Teatro Aurora, in via Venier a Treviso, presenta una selezione di opere di cinema d'autore. Ogni proiezione è preceduta da una breve presentazione. Ingresso gratuito con tessera Arci valida per l’anno in corso. |
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Informazioni e Iscrizioni
Ingresso gratuito
(gli spettatori devono essere in possesso di tessera Arci 2012). |
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  In Rassegna
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Ladri di biciclette di Vittorio De Sica italia 1948, b/n, 90’ con Lamberto Maggiorani, Enzo Staiola, Lianella Carell, Elena Altieri. Antonio, un operaio disoccupato, trova impiego come attacchino municipale, ma la bicicletta di cui ha bisogno per lavorare si trova al Monte di Pietà e, per riscattarla, sua moglie Maria impegna le lenzuola. Dopo meno di un’ora di attacchinaggio, però, un ladruncolo ruba la preziosa bicicletta. Antonio tenta un inseguimento, ma non riesce a prenderlo e non gli resta che ritornare a casa in preda alla disperazione. Anche al Commissariato, dove denuncia il furto, non gli danno alcuna speranza. Nessuno si interessa al suo caso e Antonio inizia a vagare tra i rivenditori di biciclette accompagnato dal figlio Bruno di sei anni. Quando tra la folla intravedono il ladro, Antonio e Bruno iniziano a inseguirlo. In una Roma domenicale, i due trovano soltanto indifferenza e ostilità e, alla fine, in preda alla disperazione, ad Antonio non rimane che tentare il furto. Sarà solo il pianto del suo bambino a salvarlo dalla polizia. Tratto dal romanzo omonimo di Luigi Bartolini, rielaborato da Cesare Zavattini, è una delle migliori opere del neorealismo, lucida e attenta analisi della dura realtà del dopoguerra, e punto più alto della collaborazione tra De Sica e Zavattini dove si armonizzano sia la loro poetica del quotidiano - mostrando il mondo di miseria delle persone comuni - sia il loro amore per i personaggi che qui diventa vero senso di pietà. Un capolavoro tra Clair e Chaplin, pieno d’atmosfera e di delicate osservazioni d’ambiente. Un’elegia nata sotto il segno della grazia. Oscar 1949, Miglior film straniero. Nastro d’argento 1949, Miglior film, soggetto, regia, sceneggiatura, fotografia, musica. Festival di Locarno 1949, Premio speciale. Festival mondiale del film e delle arti del Belgio 1949, Gran premio. Premio British Film Academy 1950. La ragazza di Bube di Luigi Comencini Italia, Francia, 1963, b/n, 107’ con Claudia Cardinale, Gorge Chakiris, Marc Michel, Dany Paris. In Toscana, nell’immediato dopoguerra, Mara, una ragazza di campagna, conosce Bube, un giovane partigiano alla faticosa ricerca di un inserimento nella società che va costruendosi con l’avvento della pace. Gli incontri tra i due giovani sono fuggevoli, ma ciò non toglie che la ragazza si senta ormai legata a Bube. Implicato in un assassinio politico, il ragazzo è costretto a fuggire e a rinunciare per il momento ai suoi propositi matrimoniali. La ragazza lo segue anche quando, ricercato dai carabinieri, il giovane deve nascondersi in attesa che i compagni di partito organizzino la sua fuga all’estero. Giunge il momento di separarsi. Mara torna alla sua povera casa e attende con impazienza notizie di Bube. Il lungo silenzio e la necessità di trovare lavoro spingono Mara ad accettare un’occupazione in città, dove conosce Stefano, un giovane operaio serio e onesto, che s’innamora di lei e le propone di sposarlo. La ragazza sta per accettare, ma giunge improvvisa la notizia che Bube è stato arrestato ed è in attesa di processo. Mara comprende allora di non aver mai smesso di amarlo. Lo ritrova, solo e disperato, abbandonato dai compagni di partito e in preda a una profonda crisi morale. Mara capirà che il suo posto è accanto a lui, per confortarlo e attenderlo fedelmente fino al termine della lunga condanna. Dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola, il film, amaro e malinconico, affronta senza retorica i drammi postbellici. Comencini sa esprimere bene il senso di delusione e sconfitta vissuto dagli ex-partigiani nell’immediato dopoguerra e propone un crepuscolare ritratto femminile, della ragazza che assume con coscienza la propria condizione e tenta invano di non esserne succube. La regia, precisa e attenta a ricostruire ambienti e atmosfere, è coadiuvata dal buon impegno dei due protagonisti. Di eccellente livello la fotografia e il commento musicale. Nastro d’argento 1964, Migliore attrice protagonista. David di Donatello 1964, Miglior produttore. Il posto di Ermanno Olmi Italia, 1961, b/n, 92’ con Sandro Panseri, Loredana Detto, Tullio Kezich, Mara Revel. Domenico Cantoni, un giovane della provincia di Milano, si reca in città per partecipare a un concorso indetto da una grande azienda per alcuni posti di impiegato. Domenico supera le prove e viene assunto, ma in un primo momento dovrà accontentarsi di un posto da aiuto-usciere. Durante gli esami, ha conosciuto Antonietta, una giovane ragazza di Milano, anche lei alla ricerca di un impiego. Domenico è felice di apprendere che anche Antonietta è stata assunta, ma i differenti turni e mansioni impediranno ai due ragazzi di incontrarsi ancora. Si avvicina il Capodanno e Domenico, inaspettatamente, incontra Antonietta che lo invita a prendere parte alla festa organizzata dal CRAL aziendale. Domenico partecipa al ballo, ma Antonietta non c’è. Il dolore per quella delusione, viene lenito il giorno dopo dalla notizia che, per la morte di uno degli impiegati, Domenico lascerà la divisa da usciere per avere una scrivania tutta sua e iniziare la sua carriera di impiegato. Il piccolo mondo degli impiegati di un’importante azienda e i genuini sentimenti che possono sorgere tra due ragazzi non ancora toccati dalle dure esperienze della vita, sono gli elementi più appariscenti di questo di questo film, diretto con abilità e freschezza. La vicenda, tenue, ma nello stesso tempo lirica e densa di annotazioni psicologiche, è ben interpretata dai due giovani esordienti. Film documento, con rigorosa assenza della colonna musicale, che unisce a una struttura neorealistica - la povera vita della famiglia di Domenico, l’incontro con la grande città - con annotazioni grottesche - i colleghi di stanza di Domenico, la festa di Capodanno - che danno al film la forza di una lettura antropologica dell’inurbamento sociale e delle aspirazioni piccolo borghesi nell’Italia del Boom. Biennale di Venezia 1961, Premio della critica. David di Donatello 1962, Miglior regia. Festival di Londra 1961, Trofeo Sutherland. Festival religioso di Valladolid 1962, Premio Spiga d’oro. Comizi d'amore di Pier Paolo Pasolini Italia, 1964, b/n, 88’ con Pier Paolo Pasolini, Giuseppe Ungaretti, Cesare Musatti, Alberto Moravia, Antonella Lualdi, Oriana Fallaci, Camilla Cederna. Film inchiesta, costituito da scene e interviste girate in tutta Italia, negli ambienti più vari e in tutti i livelli sociali. Il regista ha interrogato centinaia di persone su argomenti considerati tabù, come il significato del sesso, il problema dello scandalo, il rapporto tra sesso e società, il matrimonio, l’onore sessuale, il divorzio, la prostituzione. In film è in quattro sezioni. ‘Fritto misto all’italiana’, dove si tratta dell’educazione sessuale dei figli, dei sentimenti e in cui si impone un contrasto forte tra il Nord industrializzato e un Sud intatto nei suoi arcaici pregiudizi. ‘Schifo o pietà’, la cui questione principale è l’anormalità sessuale. ‘La vera Italia?’, in cui pongono questioni riguardanti il divorzio e la differenza di libertà sessuale per uomini e donne. ‘Dal basso e dal profondo’, ultima parte dell’inchiesta, riguarda il tema della prostituzione. Durante il suo viaggio, Pasolini si sofferma a commentare le interviste registrate con lo scrittore Alberto Moravia e Cesare Musatti, fondatore della psicoanalisi italiana. Moravia si dimostra convinto dell’utilità dell’inchiesta, in quanto in Italia sarebbe uno dei primi esempi di cinema-verità. Musatti appare scettico perchè timoroso delle menzogne che gli intervistati potrebbero sostenere. Nel corso sue peregrinazioni Pasolini avrà l’occasione di scambi di opinioni con Giuseppe Ungaretti, Oriana Fallaci, Adele Cambria, Camilla Cederna e un imbarazzato Peppino di Capri. Pasolini dà inizio al suo film-inchiesta, nella sezione ‘Fritto misto all’italiana’, con la domanda "Come nascono i bambini?", rivolta appunto a giovanissimi, che si dimostrano piuttosto confusi a riguardo. Si sposta quindi in una caserma nella quale interroga i giovani militari su cosa sia preferibile: essere un bravo genitore oppure tenere un comportamento da Don Giovanni? Quindi passa nella campagna emiliana dove i contadini, sinceri e non troppo intimiditi dalla telecamera, affermano l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, ma anche l’importanza del ruolo femminile. La parte più sconcertante della prima sezione è l’incursione nel mondo universitario, dove studenti di buona famiglia sembrano non capire e non sapere rispondere a domande del tipo "Cos’è il conformismo?", "Avete inibizioni in ambito sessuale?", o parlare del pensiero di Marx e di Freud. Quindi Pasolini interroga i componenti la squadra di calcio del Bologna su temi sessuali, per poi trasferirsi al Lido a incontrare Oriana Fallaci che parla dell’apertura mentale del proletariato milanese, distante anni luce da quello calabrese. È ancora la giornalista a intervenire sull’importanza della donna, che nel resto del mondo riesce a ricoprire ruoli di potere ed economicamente validi, al contrario di quel che avviene in Italia. Nella sezione ‘Schifo o pietà’ Pasolini incontra Ungaretti che parla della differenza che caratterizza ogni uomo, e conseguentemente dell’anormalità che ogni uomo ha in sé. Il semplice atto di civiltà per Ungaretti è già contro-natura, mentre il resto dell’Italia si dimostra timoroso verso l’anormalità sessuale. Moravia commenta il tema sostenendo che ci si scandalizza di ciò che non si conosce e non si tenta in alcun modo di capire. Parla ancora di conformismo come certezza degli incerti. In ‘La vera Italia?’ Pasolini attraversa le spiagge italiane chiedendo opinioni sul divorzio e sul matrimonio. Nello sprint finale ‘Dal basso e dal profondo’ si parla di prostituzione e si scopre un’Italia unita contro la legge Merlin che chiuse le case di tolleranza. Da quest’opera si può capire molto della complessa e affascinante personalità dello scrittore, poeta, regista, intellettuale Pasolini. Innanzitutto la sua testardaggine pedagogica e "la sua mitezza che era violenza e la sua violenza che era mitezza", come scrive Enzo Siciliano in ‘Vita di Pasolini’. Si trova sicuramente un Pasolini attore e spettatore del suo tempo, attento ai cambiamenti del Paese, curioso di capire le differenze culturali all’interno della penisola e mai soddisfatto del proprio operato. Pasolini probabilmente condivideva l’assunto che la strada è la forma più spontanea di convivialità mediterranea, benché ritenesse che la telecamera falsasse la realtà, dal momento, che i più spavaldi correvano a rispondere, mentre i più riservati si nascondevano. L’inchiesta è comunque interessante per capire il clima di tolleranza che si andava creando in quel periodo in Italia, così come la totale confusione culturale del nostro Paese. Opera temeraria e innovativa, il coraggio di questo lavoro sta soprattutto nel far diventare protagoniste di un film persone comuni, ciascuna col proprio accento e con le proprie insicurezze. Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli Italia, 1965, b/n, 112’ con Stefania Sandrelli, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno. Adriana, una bella ragazza di campagna, dal Pistoiese si trasferisce a Roma in cerca di fortuna. Comincia a lavorare come domestica, poi come parrucchiera, maschera in un cinema, infine come cassiera in un bowling. Credulona, ingenua, ignorante, attratta soltanto dai dischi e dal ballo, mentre passa da un mestiere all’altro, subisce, con indifferenza e con amoralità, ogni compagnia maschile che le si presenta. Ma il suo non è calcolo, bensì fragilità, incoscienza e bisogno d’affetto. Di lei approfittano tutti, ma Adriana non se ne accorge e, nonostante tutto, piena di speranza, affida il denaro guadagnato a un ambiguo agente che le profila la possibilità di fare del cinema. In realtà, Adriana non farà che alcuni inserti pubblicitari; prenderà parte come comparsa a un film mitologico; e presenterà qualche vestito in teatrini di provincia. Né la nostalgia del paese d’origine, né l’interruzione di un’incipiente maternità riusciranno a salvarla. Un giorno, quando le disillusioni si accumuleranno facendole finalmente capire il vuoto che la circonda, Adriana porrà fine alla sua triste esistenza gettandosi dal balcone. Io la conoscevo bene, diranno gli uomini che si sono serviti della sua freschezza, ma in realtà nessuno aveva capito la confusa realtà dove nemmeno lei sapeva orientarsi. Il film non racconta solo la storia di una provinciale bruciata, ma è anche un segnale d’allarme per chi si creda in diritto di scagliare una pietra, assolvendosi con la pietà. Straordinaria prova della Sandrelli, perfetta nel rendere una ragazza sprovveduta, ma non incolpevole, vittima di una società che la ferisce e a cui cerca di adeguarsi nell’unico modo che conosce: cambiando vestito e pettinatura dopo ogni fallimento. Dei molti uomini si devono ricordare Tognazzi, nella sua parte d’un guitto, e Manfredi, che disegna un’equivoca figura di talent scout. Dal film esce un acuto ritratto dell’Italia degli anni Sessanta, malinconico e cattivo, pieno di millantatori, arrivisti e volgari seduttori che gravitano attorno al gran mondo del cinema e della pubblicità. Nastro d’argento 1966, Migliore attore non protagonista, regia e sceneggiatura. Festival di Mar del Plata 1966, Migliore regia. La dolce vita di Federico Fellini Italia, 1960, b/n, 166’ con Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée, Yvonne Furneaux. Marcello è un giornalista che scrive articoli mondani in cui figurano persone e fatti noti nell’ambiente di Via Veneto. L’attività professionale lo ha portato ad adottare un sistema di vita molto simile a quello dei suoi personaggi. Così passa con indifferenza da una relazione all’altra: mentre convive con Emma non rinunzia ad altre avventure. Ha una temporanea relazione con Maddalena, giovane ricchissima, annoiata della vita, sempre in cerca di sensazioni. L’arrivo di Sylvie, celebre attrice americana, gli fornisce occasione di nuove esperienze sentimentali. Per dovere professionale Marcello si occupa di una falsa apparizione della Madonna, inventata da due bambini istigati dai genitori. Partecipa a una festa organizzata da alcuni membri della nobiltà che gli dà modo di accertare il basso livello morale di quell’ambiente. Marcello è amico di Steiner, un intellettuale che riunisce nel suo salotto artisti e letterati. La felice vita familiare dell’amico lo impressiona favorevolmente, visto che accarezza l’idea di sposare Emma per iniziare con lei un’esistenza più regolare e tranquilla. Ma qualche tempo dopo Marcello apprende che Steiner, in una crisi di sconforto, si è ucciso, dopo aver soppresso i suoi due bambini. Per superare l’orrore destato in lui dal tragico fatto, Marcello, si getta, senza alcun ritegno, nel turbine della vita mondana. Dopo un’orgia, che ha lasciato in tutti tedio e disgusto, Marcello incontra per caso sulla spiaggia una giovinetta dallo sguardo limpido e innocente, e cerca invano di capire quanto lei gli dice. Un canale li divide e Marcello non afferra le sue parole, perciò segue i suoi squallidi amici. Grande film tragico, sagra di tutte le falsità, le mistificazioni, le corruzioni degli anni Sessanta, ritratto funebre di una società in apparenza ancora giovane e sana che, come nei dipinti medioevali, balla con la Morte e non la vede, commedia umana di una crisi che, come nei disegni di Goya o nei racconti di Kafka, sta mutando gli uomini in mostri, senza che gli uomini facciano in tempo ad accorgersene. C’è una differenza profonda tra ‘La dolce vita’ e le altre opere di Fellini, ma è una differenza di quantità, non di qualità. Vi appaiono personaggi tragici, vi si agitano passioni dalle proporzioni inconsuete, che Fellini non ci aveva mai raccontato, ma a cosa porta tutto questo accumularsi di materiali nuovi? Sembra che saggiando fino in fondo l’inconsistenza della realtà, Fellini voglia, una volta per tutte, sgombrare il campo dagli equivoci e darci la risposta che più gli sta a cuore, offrirci in forma definitiva, lacerante e incontrovertibile, la sua dichiarazione di fede. La realtà è il nulla, una materialità vacua. Quindi la scintilla del sentimento, la vitalità dello spirito, il vero esistere non può che scoccare nel momento della sconfitta della realtà stessa. La vita dell’anima si accende nel momento in cui si rimpiange - attraverso la documentazione agghiacciante della inconsistenza del reale - un bene perduto; ma si accerta ancor più angosciosamente quando si è giunti attraverso l’esperienza ‘radicale’ della materialità, al fondo dell’abiezione. Allora la vera realtà - il trascendente finale del film - appare come una folgorazione, irraggiungibile e incomunicabile, ma appare. ‘La dolce vita’ è uno spartiacque nel panorama del cinema italiano del dopoguerra, segnando l’inizio di una nuova epoca. L’importanza e il significato del film possono essere riassunti nei punti seguenti. Rappresentò, nella carriera di Fellini, l’approdo alla maturità espressiva; contribuì a quel rinnovamento dei modi narrativi che fu il fenomeno più vistoso nel cinema degli anni sessanta; ripropose, come già avevano fatto Rossellini prima e Antonioni poi, quel problema del neorealismo e del suo superamento che in quegli anni costituì la cattiva coscienza - e, in qualche caso, il tormento - della critica cinematografica italiana; segnò una svolta fondamentale nella storia della libertà d’espressione in campo cinematografico. David di Donatello 1960, Miglior regia. Festival di Cannes 1960, Palma d’oro, Miglior film. Festival di Acapulco, Premio Fipresci. Nastro d’argento 1961, Miglior soggetto originale, attore protagonista e scenografia. Oscar 1962, Migliori costumi. La vita agra di Carlo Lizzani Italia, 19641, b/n, 100’ con Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli, Giampiero Alberini, Nino Krisman. Addetto ai servizi culturali di una grande miniera, Luciano Bianchi viene licenziato. Per vendicare se stesso e i minatori uccisi in una grave sciagura, Luciano si reca a Milano deciso a far saltare con la dinamite l’imponente grattacielo dove ha sede la società mineraria. Qui incontra Anna, giovane corrispondente di un giornale di sinistra, della quale s’innamora. Per poter vivere, Luciano s’adatta a fare il traduttore per una casa editrice, ma troverà la sua fortuna inserendosi brillantemente nella produzione di slogan pubblicitari. La sua genialità in questo lavoro, che tuttavia disprezza, gli varrà un’ottima assunzione presso la stessa società che lo aveva licenziato. La vendetta è ormai dimenticata e con essa la moglie e il figlio che Luciano ha lasciato in provincia. Con Anna, Luciano intende costruirsi una vita borghesemente comoda, ma l’amore tra i due svanisce con la ricchezza raggiunta. Alla stazione, Luciano dà l’addio ad Anna e subito dopo accoglie la moglie e il figlio, giunti a Milano per stabilirvisi definitivamente. Tratto dal romanzo omonimo di Luciano Bianciardi, il film ricostruisce con acutezza e originalità il disagio diffuso che gli anni del Boom era cresciuto nelle coscienze più lucide. Senza prediche né schematismi, il percorso del protagonista sembra raccogliere, al di là della commedia all’italiana, una narrazione più libera e disarticolata, capace di rendere il disagio e l’insofferenza di una generazione che sconfessa i propri ideali, incapace di drammi e sempre più anestetizzata dal denaro. Di ottimo livello l’interpretazione dei due personaggi principali. Festival di Karlovy Vary, Premio Fipresci. I pugni in tasca di Marco Bellocchio Italia, 1965, b/n, 104’ con Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masé, Gianni Schicchi. In una decadente villa nella montagna piacentina vive una famiglia borghese la cui direzione è affidata, più che alla madre cieca, al maggiore dei quattro figli, Augusto, che, fidanzato da tempo a una ragazza di città, attende con ansia il momento di abbandonare la casa per formare una propria famiglia nel capoluogo. Nella casa vivono Leone, il più giovane dei fratelli, epilettico e incapace di ragionare; Giulia, che anche se apparentemente più normale, è a sua volta malata e psicologicamente bloccata in una preadolescenza che la lega morbosamente al fratello Alessandro; Alessandro, pazzo ed epilettico, ma lucido nel concepire diabolici piani per sopprimere i familiari. È proprio Alessandro, quando se ne presenta l’occasione, a spingere la madre in un burrone, affogare nel bagno Leone, e, dopo aver rivelato le sue prodezze alla sorella Giulia, ad allearsi con lei per uccidere Augusto. Ma la fredda determinazione di Alessandro atterrisce Giulia che, temendo di rimanere vittima della mania omicida del fratello, non interviene a salvarlo nel corso di una letale crisi epilettica. Ogni liberazione sembra impossibile, ma comunque bisogna cercarne una, almeno per salvare la speranza, oppure la vita continuerà immutabile, senza soluzione. Dietro la distruzione spesso può però nascondersi un’angoscia di autodistruzione, e dietro la rivolta senza speranza, la ricerca sotterranea di un suicidio simbolico. Grande opera prima di Bellocchio, dissacrante ed estremista, che lo impose all’attenzione internazionale. La dissoluzione della famiglia borghese viene attuata con una ferocia sgradevole e insieme poetica, che trova nel grottesco i suoi spunti migliori e nell’ottimo Lou Castel, nel ruolo di Alessandro, l’attore che riesce genialmente a creare un personaggio dalla dolcezza imprevista che lo rende ancora più crudele e tagliente. Meravigliose le scene in cui si abbandona totalmente a sé stesso pensando di non essere visto, per esempio davanti alla madre cieca. Nastro d’argento 1966, Miglior soggetto. Festival di Locarno 1965, Vela d’argento, Miglior regia. Festival di Rio de Janeiro, Premio cinema novo, Miglior regia. C'eravamo tanto amati di Ettore Scola Italia, 1974, b/n-colore, 121’ con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, Aldo Fabrizi. Gianni, Nicola e Antonio, dopo aver militato nelle file partigiane e aver maturato insieme ferventi ideali, scoppiata la pace, si disperdono: Antonio fa il portantino al San Camillo di Roma; Gianni diviene avvocato; Nicola insegna a Nocera Inferiore, si sposa e lotta da idealista per un cinema che trasformi la società. Luciana è la ragazza che Antonio incontra e che Gianni prima gli ruba e poi abbandona per entrare, con il matrimonio, nella famiglia di un costruttore edile senza coscienza sociale. Occasionalmente, ma sempre più raramente, i tre si incontrano. Dopo molti anni, quando le loro vite sono stati abbondantemente ridimensionate dal tempo e dalla società livellatrice, Gianni, Nicola e Antonio hanno modo di esaminarsi in occasione di un incontro imprevisto al quale prende parte anche Luciana che, alla fine, ha sposato Antonio. ‘C’eravamo tanto amati’ convince da qualunque parte lo si guardi: per lo stretto rapporto fra l’invenzione stilistica e l’orchestrazione della materia; per la discrezione con cui assorbe le motivazioni ideologiche in una struttura narrativa ampiamente articolata nell’analisi psicologica e di costume. Mischiando l’affetto all’ironia, l’amaro al buffo, e tuttavia serbandosi lucido nel giudizio politico sulle forze che hanno frenato il progresso del paese, fa più opera di conoscenza storica che di generica autocommiserazione generazionale. Il titolo è il verso iniziale di una celebre canzone del 1920, quella ‘Come pioveva’ che era stato anche un cavallo di battaglia del giovane Vittorio De Sica, scomparso mentre il film era in montaggio e ricordato dagli autori con una dedica finale. Gianni, Antonio e Nicola si innamorano tutti a turno di Luciana e mediante l’amore per lei percorreranno trent’anni di storia del dopoguerra italiano, vivendone le speranze e le delusioni di un futuro migliore che non si realizzerà come lo avevano sognato ai tempi delle lotte partigiane. Scoperta è l’intenzione degli autori di identificare in Antonio - che non svende i propri ideali a costo di emarginazione e sacrifici, il partito comunista dell’epoca - e in Nicola i movimenti intellettuali del dopoguerra, privi di base popolare e politicamente inconcludenti. Gianni rappresenta invece l’idealismo che viene a compromessi con il potere e che si vende per denaro, accusa che allora veniva rivolta dalla sinistra ai partiti che governavano insieme alla Democrazia Cristiana. Luciana è l’Italia, da tutti e tre amata e da due di loro delusa, che alla fine rimarrà con chi non l’ha mai tradita, Antonio, che non ha tradito neanche i suoi principi. Sullo sfondo, scenario del trentennio narrato (1945-1974), l’Italia trasformista e democristiana, intrallazzi e villa all’Olgiata compresi, efficacemente impersonata da Aldo Fabrizi, in una delle sue ultime interpretazioni cinematografiche. Romolo Catenacci, per il simbolismo che incarna, assume i caratteri dell’immortalità, a dispetto delle mire di Gianni Perego che vorrebbe diventare erede delle sue fortune. Il film è una fotografia, vista con l’occhio della sinistra degli anni Settanta, delle occasioni mancate, delle energie sciupate, delle speranze e degli ideali traditi e lascia l’amaro in bocca per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, dove il fallimento dei protagonisti è anche quello di un intero Paese. L’inizio della storia è filmato in bianco e nero per poi passare al colore nell’ultima inquadratura del primo tempo, in una scena che corrisponde al commiato dei tre protagonisti da Luciana, all’indomani delle prime elezioni del dopoguerra. Il commiato è anche quello dei tre amici l’uno dall’altro, destinati a ritrovarsi solo dopo venticinque anni. Il passaggio al colore avviene sull’inquadratura di una Sacra Famiglia dipinta sul selciato da un madonnaro, e simboleggia la rapida e traumatica trasformazione in atto in quel periodo di storia dell’Italia, da paese agricolo e arretrato a paese industriale e moderno. Interpretazione corale, compresi gli attori di seconda fila, sceneggiatura navigata con citazioni appassionate del neorealismo di Vittorio De Sica, ma anche di Federico Fellini mentre gira la scena della Fontana di Trevi de ‘La dolce vita’ con Marcello Mastroianni e Anita Ekberg. |