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Arci Educazione Permanente Treviso La rassegna, alla 34° edizione, presso il Cinema Teatro Aurora, in via Venier a Treviso, presenta una selezione di opere di cinema d'autore. Ogni proiezione è preceduta da una breve presentazione. Ingresso gratuito con tessera Arci valida per l’anno in corso. |
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Informazioni e Iscrizioni
Ingresso gratuito
(gli spettatori devono essere in possesso di tessera Arci |
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  In Rassegna
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Medea di Pier Paolo Pasolini Italia, 1969, colore, 110’ con Maria Callas, Giuseppe Gentile, Massimo Girotti Giasone, alla testa degli Argonauti, muove alla volta della remota Colchide per impadronirsi del Vello d’oro (una pelle di caprone dorata ritenuta apportatrice di potenza e fertilità), che dovrà servirgli per riscattare il trono usurpatogli dallo zio Pelia. La maga Medea, figlia del sovrano della Colchide, colpita dalla prestanza fisica di Giasone, lo aiuta a rubare il prezioso simulacro e fugge con lui. Tornato in patria, Giasone sposa Medea e ha due figli, ma, divorato dall’ambizione, abbandona la famiglia per prendere in moglie Glauce, giovane figlia del re di Corinto. Resa folle dalla gelosia, Medea mette in atto una tremenda vendetta: con le sue arti magiche provoca la morte di Glauce e del re suo padre, e successivamente uccide i propri figli, incurante delle invocazioni disperate di Giasone. Opera di grande fulgore figurativo, che rapisce e incanta per la raffinata sensibilità con cui sa intonare le luci, i colori, la composizione delle inquadrature al clima della tragedia, per la vivida estrosità dei costumi, per il fascino delle sue musiche orientali, e ancor più l’arcana, remota struggente bellezza dei suoi paesaggi, dagli eterei vapori della laguna veneta, allele nitide geometrie della piazza dei Miracoli a Pisa. Musiche scelte da Pasolini in collaborazione con Elsa Morante. Ascensore per il patibolo di Louis Malle Francia, 1957, b/n, 90’ con Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Georges Poujouly, Yori Bertin Julien Tavernier viene indotto dalla sua amante Florence, moglie del suo principale Simon Carala, ad uccidere quest’ultimo. L’uomo prepara minuziosamente il delitto disponendo le cose in modo che la polizia sia indotta a credere a un suicidio. Tuttavia, una volta compiuto il suo crimine, Julien si accorge che dalla ringhiera di un terrazzino pende ancora la corda di cui si è servito per entrare nell’ufficio della vittima predestinata. Deciso ad eliminare la prova che potrebbe essergli fatale, Julien cerca di rientrare nella stanza del delitto, ma proprio quando sta salendo al piano dell’ufficio, la corrente elettrica viene a mancare ed egli resta imprigionato all’interno dell’ascensore. Nel frattempo, la sua automobile viene rubata da Louis che la usa per portare in giro la sua amica Veronique. I due giovani passano la notte in un albergo e Louis, che ha dato le generalità di Julien, non esita ad uccidere due turisti tedeschi per tentare rubare la loro auto. Julien, inconsapevole delle accuse che pendono su di lui per l’omicidio dei due turisti, quando riesce ad uscire dall’ascensore viene arrestato dalla polizia. Florence, anche lei fermata dalle autorità, interviene per fornirgli un alibi, ma potrebbe essere ormai troppo tardi. Brillante esordio di Malle con un film noir in cui più che l’azione, pur tesa come un cavo elettrico, contano l’atmosfera (fotografia di H. Decaë, stupenda colonna musicale jazz di Miles Davis) e l’analisi dei sentimenti. D’antologia la camminata di Jeanne Moreau nella notte parigina. Premio Delluc 1957. Il ragazzo selvaggio di François Truffaut Francia, 1970, b/n, 90’ con François Truffaut, Cambourakis, Jean Pierre Cargol, Tounet Cargol, Jean Dasté Nel 1798, alcuni contadini catturano, nei boschi dell’Aveyron, in Francia, un ragazzo dell’apparente età di undici anni. Abbandonato molto tempo prima dai suoi genitori il bimbo, salvatosi per chissà quale circostanza, è cresciuto nella solitudine e nella paura; non ha, nell’aspetto, quasi più nulla d’umano; cammina come gli animali e si esprime soltanto mugolando. Avuta notizia di questo ritrovamento, un medico parigino, il dottore Jean Itard - che si occupa di ragazzi sordomuti - riesce a farsi affidare il "ragazzo selvaggio", che tutti i medici da cui era stato fino ad allora visitato avevano giudicato come un idiota irrecuperabile. Rifiutandosi di condividere una diagnosi così sommaria e affrettata, Itard si prende cura del ragazzo da lui chiamato Victor e pazientemente - aiutato dalla sua governante, la signora Guérin - riesce a risvegliare in lui, con sapiente progressione a divina scintilla dell’intelligenza. Sotto la puntigliosa ricostruzione storica, un film poetico che nasce dalla sensibilità e un grande amore per l’infanzia, non privo di ironia nell’uso in voce off dei diari di Itard (Memorie e relazioni su Victor de l’Aveyron) contrapposta a immagini che contraddicono palesemente il loro distacco scientifico. Bianco e nero dell’eccellente Nestor Almendros (1930-92) che avrebbe poi lavorato in altri sette film di Truffaut. Musiche: Antonio Vivaldi. Dillinger è morto di Marco Ferreri Italia, 1968, colore, 95’ con Michel Piccoli, Anita Pallenberg, Gino Lavagetto, Mario Jannilli In una calda sera d’estate, Glauco, un disegnatore industriale sulla quarantina, ritorna a casa dal lavoro e trova la moglie a letto per una lieve indisposizione. In sala da pranzo lo attende una cena fredda assai poco invitante. Con l’aiuto di un libro di cucina, l’uomo decide allora di prepararsi qualche piatto di suo gusto. Mentre cerca gli ingredienti necessari, da un armadio salta fuori un pacchetto avvolto in vecchi giornali. Uno di questi è datato 23 luglio 1934 e reca la notizia dell’uccisione del gangster americano Dillinger. Dall’involucro esce una pistola a tamburo arrugginita: Glauco la smonta con cura, la olia, la vernicia di rosso, la carica con dei proiettili contenuti nell’involucro, interrompendo di tanto in tanto l’appassionato gioco per pranzare, per guardare la televisione, per amoreggiare con la sua giovane domestica. Ormai è quasi l’alba: Glauco entra nella camera della moglie e appoggia un cuscino sopra il capo della donna addormentata e vi spara contro tre colpi di pistola. Al mattino, l’uomo si reca in macchina al mare, come se nulla fosse accaduto. Salito a bordo di un panfilo, di cui è proprietaria una graziosa fanciulla, riesce a farsi assumere come cuoco. Poco dopo l’imbarcazione parte alla volta di Tahiti. Forse il miglior film di Ferreri in assoluto. Nelle apparenze di un esercizio di stile quasi sperimentale (per tre quarti della sua durata soltanto Piccoli davanti alla cinepresa) è un notturno happening sulla nevrosi e l’orrore del quotidiano. Astratto e, insieme, concretissimo. L’astrazione è colta nel cuore stesso del quotidiano, permea ogni azione, si cala, viene incorporata nella strutturazione del personaggio, il protagonista fa tutt’uno con il suo essere alienato. Miglior soggetto originale, Nastro d’Argento, 1970. Veronika Voss di Rainer Werner Fassbinder Germania, 1982, b/n, 104’ con Rosel Zech, Hilmar Thate, Cornelia Froboess, Annemarie Düringer Monaco di Baviera, 1955. In una serata piovosa, il giornalista sportivo Robert incontra per caso Veronika Voss, un’attrice che, grazie all’appoggio del gerarca nazista Goebbels di cui era amante a suo tempo, era stata molto affermata nella Germania di Hitler. L’attrice è ora in declino, tanto da non esser riconosciuta dal giornalista, che pure ne rimane affascinato e deciso a ritrovarla. Le informazioni ricevute lo mettono sulle sue e con sorpresa scopre che la donna vive ospite della sua psichiatra, la dottoressa Katz. Ben presto l’uomo viene a sapere che la dottoressa cura Veronika con la morfina. A rivelarlo è l’ex marito della donna, incontrato nei corridoi di un teatro di posa dove Veronika ha ottenuto di interpretare una particina secondaria in un film: l’attrice, depressa per il fallimento della carriera e del matrimonio, è diventata morfinomane per colpa della dottoressa, che la domina, con l’intento di impadronirsi dei suoi beni. Il giornalista, con l’aiuto dell’amica Henriette, vuole procurarsi una prova dell’attività della Katz per informare la polizia e cercare di salvare Veronika. Tuttavia il tentativo viene sventato dalla dottoressa e dai suoi complici. Henriette, in possesso della prova, viene assassinata in un finto incidente stradale e Veronika, cui la Katz ha frattanto sospeso la somministrazione della morfina, muore dopo aver ingoiato un tubetto di barbiturici. Il film, di una straordinaria bellezza formale e di buon ritmo, è tristissimo. Il disfacimento di Veronika vi è analizzato dal regista con agghiacciante distacco. Tuttavia egli sembra indicarci - visivamente e verbalmente - qualche motivazione di quel fatale finire e di quel fatale morire, fin dalle prime sequenze del film. Veronika, come Maria Braun, Petra Von Kant. Lili Marleen e le altre figure femminili di Fassbinder sembrano collocarsi come emblematiche dello stesso mondo intimo del regista - anche lui finito suicida - travolto e macinato dagli stessi ingranaggi di un modo di vivere assurdo e senza speranza. Orso d’Oro, Festival di Berlino 1982. Le notti della luna piena di Eric Rohmer Francia, 1984, colore, 102’ con Pascale Ogier, Tchéky Karyo, Fabrice Lucchini, Virginie Thévenet Rémi e Louise convivono in un appartamento alla periferia di Parigi. Lui è un tecnico e lavora in zona, lei si reca ogni giorno a Parigi con l’R.E.R., nello studio di un architetto. I due si amano molto, ma i loro gusti sono differenti: Rémi gioca a tennis, gli piace andare a dormire presto e svegliarsi di buon’ora, mentre Louise detesta caricare la sveglia e vivere lontana dalla capitale ed è felice quando la sera può uscire a ballare e conoscere gente sempre nuova. Un giorno, essendosi liberato a Parigi un "pied-à-terre" di sua proprietà, Louise ha un’idea: lo restaura e lo arreda, ma non lo affitta, ripromettendosi di rifugiarsi lì almeno una volta alla settimana, per trovarvi un po’ di libertà e di solitudine e dormire da sola. Rémi cede alle sue insistenze pur avendo paura che lei prima o poi si troverà un amante e l’esperimento ha inizio. Octave, un giornalista amico di Louise, è l’unico a porre delle obiezioni. L’idea di una qualche autonomia piace molto alla donna, ma una sera di plenilunio, ad una festa in casa della sua amica Camille, Louise incontra Bastien, un ragazzo un po’ rozzo e più giovane di lei: i due ballano, poi fanno un rapido giro per locali, per finire nel "nido". Dalla breve avventura Louise non trae granché: è stata nulla più che una sbiadita parentesi, per un tipo come lei, abituata ad essere amata e vezzeggiata. Sennonché, in un caffè un giorno a lei e Octave sembra di intravedere prima Rémi, poi, in fondo alla sala, anche Camille. Louise ne è irritata e turbata: forse il suo uomo ha una relazione? Interroga con discrezione Camille, che dice di essere appena rientrata a Parigi da un viaggio in Italia. Evidentemente, Louise si è sbagliata. Ma quando torna a casa, Rémi le confessa di avere un’amante. Con ciò, la convivenza è finita e Louise, tanto desiderosa di un po’ di solitudine, resterà ora veramente sola. Per fortuna, però, c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltare le pene d’amore... Quarto film del ciclo "Commedie e proverbi" (Chi ha due donne perde l’anima, chi ha due case perde il senno). La Ogier - premiata a Venezia 1984 e morta nello stesso anno - ha curato anche l’arredamento. Rohmer conduce il giuoco con la solita eleganza. Crea i suoi personaggi, li lascia muovere, li osserva a distanza con un’ironia sorridente, mai irriverente. L’amico della mia amica di Eric Rohmer Francia, 1987, colore, 102’ con Emmanuelle Chaulet, Sophie Renoir, Anne-Laure Meury, Eric Viellard Blanche e Léa si incontrano alla mensa comunale e diventano amiche. La prima, 24 anni, è un’impiegata, graziosa, sensibile e molto timida soprattutto con i ragazzi. La seconda, 22 anni, è una studentessa bella, disinvolta e sicura di sé e dice di avere un fidanzato, Fabien, col quale però ha qualche problema. Lei lo considera eccessivamente dedito al lavoro, egoista, poco premuroso, troppo giovane: tutto ciò che lei ama a lui dà fastidio, quello che attrae lui annoia lei. Intanto Blanche, che ormai si vede regolarmente con Léa, conosce Alexandre, giovane ingegnere piacente, amante dello sport, raffinato e molto ammirato dalle donne e ne rimane affascinata. L’uomo però non sembra nemmeno accorgersi della timida Blanche. Léa, sempre più in crisi con Fabien, decide di partire per una vacanza con amici, lasciando il fidanzato da solo senza nemmeno una spiegazione. Durante la sua assenza, Fabien si incontra con Blanche e, dopo un imbarazzo iniziale, i due scoprono di avere molte cose in comune: amano entrambi il nuoto ed il windsurf, la natura, l’aria aperta, sono ambedue sinceri, precisi ed in fondo molto ingenui. Insomma iniziano a provare attrazione l’uno per l’altra. Blanche non vorrebbe cedere ai sentimenti per rispetto verso l’amica Léa, alla quale Fabien è ancora legato, ma alla fine asseconda l’uomo. Al suo ritorno Léa si rende conto di aver bisogno ancora di Fabien e si stabilisce di nuovo a casa di lui. Mentre Blanche non vuole più rivedere Fabien, Léa incontra di nuovo Alexandre, il quale ha appena lasciato la sua ultima sua fiamma. I due giovani, entrambi brillanti, disinvolti, piacenti, volubili e superficiali capiscono di essere fatti l’uno per l’altra. Le due amiche, dopo equivoci ed imbarazzi ben presto superati, possono finalmente vivere tranquillamente i loro amori: Fabien può avere Blanche senza alcuno scrupolo; Lea ed Alexandre, a suggello dei loro nuovi sentimenti, decidono di trascorrere l’estate insieme. Film gradevole, con una sottile introspezione psicologica dei personaggi per i quali i valori dell’amicizia e dell’amore contano prima di tutto. Questi giovani si amano e vivono il loro sentimento senza alcuna inibizione anche se il loro fine è comunque quello di costruire un rapporto solido e duraturo. Il regista con questa vicenda di giovani moderni, padroni della propria vita, ha voluto dimostrare che tutta l’esistenza è un gioco ad incastri pieno di equivoci più o meno piacevoli che si alternano nelle varie situazioni della realtà quotidiana. Notevole la raffinata ricerca cromatica in alcune scene. Sesto episodio della serie "Commedie e proverbi". Donne in attesa di Ingmar Bergman Svezia, 1952, b/n, 107’ con Wiktor Andersson, Märta Arbin, Anita Björk, Gunnar Björnstrand In una villa, in campagna, quattro donne che hanno sposato quattro fratelli aspettano il ritorno dei rispettivi mariti. Per ingannare l’attesa si raccontano le loro esperienze matrimoniali; le gioie e le delusioni, le speranze e i dolori della loro vita. Annette, la più anziana, ammette che la sua vita comune con Paul è divenuta ormai banale e vuota. Rakel, sposata al debole Eghen, narra di averlo tradito con un amico di famiglia durante la sua assenza, ma di essersi alla fine riconciliata con lui. Marta rifà la storia della sua relazione con Martin a Parigi, dalla quale è nato un bimbo, e che si è conclusa più tardi con il matrimonio. Karin si sofferma sull’avventura capitata a lei ed al marito Fredrik, il più attivo e il più ricco dei quattro fratelli. I due, bloccati nell’ascensore, sono stati costretti a rimanervi tutta la notte sino all’alba. Durante questo tempo si sono confidati le vicendevoli infedeltà: uscitane, la donna ha deciso di ripetere il viaggio di nozze, affinché nella vita familiare si ristabilisse l’armonia. A questi discorsi è presente anche Mary, la sorella minore di Marta, che è innamorata di Enrik, il figlio di Annette. La ragazza non ammette i compromessi sentimentali e le confessioni che ha ascoltato hanno aumentato la sua insofferenza: ella decide quindi di fuggire col suo ragazzo. È una delle tipiche introspezioni di Bergman sull’arida vita di coppia, nelle forme di una commedia elegante, aguzza, scettica, con qualche lampo luciferino. |